La musica e la lotta per la dignità umana

Ieri è morto Francesco Guccini.

Francesco Guccini è sempre stato per me una figura particolare, perché mi ha insegnato il valore di un lavoro che può sembrare anche “semplice”, superficiale, e che oggi forse ha perso un po’ della sua importanza: il lavoro del cantante. Importanza intesa non come fama o prestigio, ma come importanza morale, come peso delle conseguenze di quello che si fa o si dice. È l’importanza dei lavori che in realtà diamo per scontati, e vale per i cantanti come vale per i giornalisti. Oggi nessuno si sente più responsabile di nulla, se non della propria personalissima sopravvivenza.

Io non voglio dire che con la sua musica abbia ispirato una generazione, anche se probabilmente è vero. Voglio dire qualcosa di forse più grande, forse più forte. Io voglio dire che Guccini, con la sua musica, ha insegnato a una generazione. E l’insegnare, il tramandare, il condividere, è ciò che la musica oggi sta perdendo.

Le canzoni di Guccini non erano infatti ruffiane, non cercavano il favore del pubblico: cercavano di trasmettere un messaggio, cercavano di essere pedagogiche, di lasciare qualcosa. E lasciare qualcosa, si sa, è un rischio, perché può piacere e non piacere. Ma immagino che tendenzialmente a Guccini non importasse. Non perché non lo sapesse, ma perché riteneva, in virtù della serietà del mestiere che ricopriva, che tanto maggiore dovesse essere la dedizione alla causa che aveva scelto di preservare, quella dell’essere umano. In modo molto simile a quello che alcuni colleghi, come De André, come Giorgio Gaber, avevano cercato di sposare: una musica non ruffiana, una musica ostinata e contraria.

Mi stupisce pensare come nella vita di tanti individui, come posso essere io o tanti altri, questi insegnamenti, queste pedagogie, ci siano vicine proprio come quelle degli insegnanti delle elementari, o delle medie, o del liceo, che ricordiamo con affetto. Vedo Guccini nella mia memoria un po’ come quell’insegnante cicciotto d’italiano che mi ha lasciato tanto. Non da un punto di vista culturale, ma da un punto di vista umano.

E credo che quello sia il valore più grande anche dei nostri professori, più delle somme aritmetiche o delle pagine imparate a memoria che non ricordiamo più. Quello che permane è il loro spessore morale, la loro umanità, che nei KPI e nei test a crocette non si vede e non rimane, ma che fonda e costruisce il tessuto della società. Questo purtroppo va ben oltre quello che si può affrontare in un discorso o in un monologo, da un cantante o da un insegnante. Ma è così.

Nei miei momenti di smarrimento e debolezza, come dice anche quel cantautore moderno, Brunori Sas “a volte basta una canzone, anche una stupida canzone, per ricordarti chi sei”. E così oggi, mentre guidavo sul raccordo, la musica del Don Chisciotte di Guccini mi ha ricordato quelle fondamenta su cui avevo basato tutta la mia vita e che non trovavo più.

Questo è il potere delle canzoni.

In un mondo paradossalmente e superficialmente ipercollegato dai social, continuiamo a sentirci molto soli. I poteri forti sono diventati ancora più forti, e i poteri deboli, noi, il popolo, gli umani, gli schiavi, sempre più deboli, sempre più isolati, sempre con una maggiore consapevolezza di non poter cambiare le cose.

Eppure questo non importa.

Questo non importa perché, come ci insegna il Don Chisciotte, come ci insegnano l’Idiota di Dostoevskij o lo stesso Delitto e castigo (seppur in modo diverso), non è per loro, non è per i potenti, che lo facciamo. Nel L’Idiota si vede come una persona faccia il bene a prescindere da quello che le torna indietro, lo fa perché è votata al bene. In Delitto e castigo si vede il viceversa, non si può fare il male, nemmeno se è per il bene, perché va contro la propria anima.

Non è neppure per gli altri, non è neppure per l’amore del prossimo, ma è un motivo molto più egoistico e più basale. Il motivo per cui rigettiamo, ripudiamo e combatteremo questa disgustosa smania di potere di questi schifosi porci, di questi maiali, come li definiva Battiato in Povera patria, non sono gli altri: è la nostra dignità. Una cosa semplice, senza cui non potremmo vivere. Ci spegneremmo.

Questo trovo sia il metro di giudizio più sano di una società. Il fare qualcosa per gli altri non è una cosa che si fa per gli altri, è una cosa che si fa per sé, perché non si potrebbe vivere con la consapevolezza di aver danneggiato qualcuno. Un altruistico egoismo, questo è ciò su cui si dovrebbe fondare la società. La consapevolezza, come diceva Gaber, “che si possa essere vivi e felici solo se lo sono anche gli altri”.

Questo non si può in qualche modo insegnare ma è qualcosa di molto più basilare. È una battaglia epocale, che è sempre esistita, tra il bene e il male. Lo so che sembra un cliché, e forse proprio per questo, per semplicità o per convenienza, cerchiamo di ignorarlo. Ma buoni e cattivi cosa significa? Buoni sono coloro che egoisticamente vogliono il bene degli altri, che non potrebbero vivere sapendo di aver fatto del male a qualcuno. Cattivi sono coloro che egoisticamente sono disposti a tutto, anche a sacrificare gli altri, per il proprio bene. Questa è la distinzione: oggettiva, pratica, che trasforma un concetto morale in qualcosa di molto terra terra.

Continuerò a combattere. Mi dispiace solo che uno dei più grandi combattenti e dei più grandi alleati che non ho mai conosciuto, ieri, se ne sia andato.

“Grazie Francesco” non ho mai potuto dirtelo, ma spero che tu sappia che la tua battaglia non è finita, che la guerra non è persa, e che noi siamo ancora qui.

Siamo ancora incazzati, e continueremo a combattere.

A presto e grazie.

Leonardo, Il Principe

The Wall

È sano costruirsi un muro quando si è giovani, ma è altrettanto importante buttarlo giù quando si cresce.

Non ero io, quel muro che sentivo, non sono io ma l’umanità.

Non io, non mea culpa, anzi io sono colui che ha iniziato a togliere i mattoni.

Saluti

L’inganno del relativismo umano

O breve elogio della legge
Le ultime vicende dell’invasione Russa ai danni dell’Ucraina mi hanno dato da pensare su una facoltà della mente umana. Parlando con la mia compagna, infatti, mi sono ritrovato a dirle: “Dobbiamo stabilire una linea, una serie di eventi che, se si dovessero avverare, ci faranno lasciare l’Italia.”
Ma perché, istintivamente, ho percepito questa necessità?

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